Le piante autoctone che hanno caratterizzato la nostra cultura contadina

Quali sono le piante autoctone? Pino Baggiani, esperto appassionato, ci parla di piante che da secoli fanno parte della nostra storia agreste e ci dice perché utilizzarle se non vogliamo perderne la memoria

Malus fiorentina -acquerello botanico di Laura Lotti

Malus Fiorentina - acquerello botanico di Laura Lotti - InOrto

Le piante autoctone

Ci sono piante che fanno parte di un territorio, tanto quanto il fiume che lo attraversa, le colline che lo disegnano, le città che lo caratterizzano. Ci sono piante che sono presenti sul quel territorio da sempre, o almeno fino da quando memoria umana ne serbi il ricordo.

Sono le cosiddette piante autoctone, specie originarie di un luogo, che si sono sviluppate senza l’intervento dell’uomo. E dato che l’uomo si è da sempre divertito a spostare piante e animali da una parte all’altra della terra è davvero difficile stabilire quali siano davvero le piante indigene di una determinata regione. Più avanza l’antropizzazione e l’omologazione più le specie originarie vengono dimenticate, sacrificate e sostituite da piante alloctone, cioè provenienti da altre regioni, se non addirittura da altri continenti.

Questo non significa che i nostri giardini e i nostri campi non devono accogliere piante non autoctone, anzi alcune si sono adattate così bene da diventarne con il tempo parte integrante, sono le cosiddette piante naturalizzate. Quindi ben venga l’apertura e la coesistenza, ma per cortesia non dimentichiamoci di curare e conservare le piante che da sempre abitano la nostra ‘casa’, quelle che, sebbene talvolta modeste e umili, hanno accompagnato la vita dei nostri avi e arricchito la nostra storia, quelle che ‘senza di loro’ saremmo molto ma molto più poveri. 

Piante protagoniste della vita agreste

Per fortuna c’è ancora chi se ne occupa. Pino Baggiani è appassionato di piante indigene e da anni si dedica alla ricerca, alla riproduzione e alla conservazione di piante tipiche toscane. Nel suo vivaio, ‘Piante protagoniste’ a Calenzano, una piccola nursery immersa nel verde della campagna, vengono allevate e vendute piante, fiori e alberi del territorio e ne viene promosso l’impiego e l’inserimento all’interno dei giardini.

A Pino Baggiani abbiamo chiesto quali sono le piante che meglio raccontano il nostro passato, quelle che da sempre punteggiano le campagne toscane e costellano le nostre vite. Quelle che per centinaia e centinaia di anni hanno aiutato l’uomo quando la correlazione con la natura era netta e tangibile e appariva chiaro come la vita senza terra e alberi non sarebbe stata possibile.

“Sono molte le piante protagoniste della vita agreste – racconta Baggiani – alberi e arbusti che i contadini usavano nei campi, nelle case e nei villaggi. Piante che hanno avuto un ruolo funzionale ma spesso anche simbolico all’interno della civiltà contadina”.

Guardiamo insieme a Pino quali sono alcune di queste e perché.

Il salice

“In termini di funzionalità il salice ha pochi rivali. Il suo contributo in agricoltura è stato fondamentale, sia per il suo impiego nella costruzione di cesti e canestri, che per l’utilizzo come legaccio negli orti e nelle vigne. Veniva capitozzato ogni anno per avere sempre nuovi getti giovani e flessibili. I germogli di un anno riuniti a mazzi venivano messi a mollo nei fontanili per aumentarne l’elasticità”.

Perché usarlo oggi – Fra le tante varietà di salice il Salix viminalis, ha dimensioni ridotte getti aranciati, che in autunno e in inverno colorano le nostre campagne. Le sue radici consolidano le prode e i terreni in pendenza e anche se i suoi rami come legacci sono un po’ superati e non praticissimi, sono però belli da vedere e completamente ecologici.

Salice

Salice - InOrto

Acero campestre

Acero campestre - Piante autoctone InOrto

L’acero campestre

“L’acero campestre chiamato in Toscana anche ‘oppio’, cresceva spesso ‘maritato’ alla vite. Venivano fatti crescere gli uni vicini alle altre, in modo che la vite si potesse avviluppare e trovare sostegno nell’acero, le cui radici fittonanti non disturbavano affatto quelle della ‘compagna’. Era un unione utile e solidale: lo sposo sosteneva la sposa e dava solidità all’intero filare, solitamente allevato sulle prode ai margini del campo. I campi erano allora destinati quasi interamente al grano, alimento ben più utile del vino. Le foglie dell’acero, come quelle del pioppo, erano poi usate come cibo per le pecore”.

Perché usarlo oggi – L’Acer campestre è uno dei numerosi esponenti della famiglia degli aceri, è presente in tutta la nostra penisola e ben si adatta a qualsiasi luogo. Essendo un piccolo alberello si presta ad essere inserito negli orti e nei giardini sia come singolo esemplare che come pianta da siepe, magari in compagnia di altri arbusti, perché è robusto e sopporta bene le potature ripetute. Il fogliame è leggero e in autunno vira dal giallo all’arancio e al rosso, a seconda delle temperature esterne.

Il noce

“Un noce vicino ad una casa colonica non mancava mai. Le noci sono una riserva di cibo formidabile: si conservano per mesi e un tempo bastava una fetta di pane e due noci per avere a disposizione una piccola scorta di calorie. Il suo legname è pregiatissimo, resistente, anti-muffa e anti-tarlo, viene preferito sia al rovere che al cipresso”.

Il noce era un albero indispensabile per la cultura contadina. Le foglie e la corteccia contengono i tannini che venivano utilizzati un tempo anche per curare le bestie nella stalla. Un vitellone con disturbi intestinali veniva curato con un infuso di foglie e corteccia di noce.

Perché usarlo oggi – Il noce (Juglans regia) è stato considerato per secoli un albero sacro spesso legato al culto delle streghe. Ma senza scendere in adorazione o ricorrere ai sabba, se si ha dello spazio piantarne uno è d’obbligo, non fosse altro che per i suoi frutti, che sono facili da raccogliere, mangiare e conservare. E quando arriva San Giovanni cimentarsi nella preparazione del fantastico ‘nocino’.

noce - InOrto

La fusaggine

“La fusaggine o berretto del prete è una pianta che ha avuto con l’uomo un rapporto ben particolare. Basti pensare che il carboncino di fusaggine, usato da Leonardo da Vinci per i suoi disegni, si trova ancora oggi in cartoleria. Lo stesso legno era apprezzato, come suggerisce il nome stesso, per la fabbricazione di fusi per filare la lana e la seta”. 

Perché usarlo oggiEuonymus europaeus, fusaggine o fuso comune, è originario di gran parte dell’Europa, dove abita ai margini delle foreste, abbellendone i contorni. Prospera sui terreni ricchi ma anche su suoli calcarei e poveri. E’ una pianta robusta, resistente e molto ornamentale grazie ai suoi frutti arancio ricoperti da un ‘berretto’ rosa che vira al fucsia, che tanto somigliano ai vecchi berretti dei sacerdoti cattolici, ma ricordiamo essere altamente tossici. Anche le foglie in autunno assumono colori rosati che illuminano i bordi dei boschi o del nostro giardino.

Viene molto utilizzato, insieme ad altre specie, nella costruzione di siepi campestri, per delimitare orti e i giardini e per interventi di riqualificazione ambientale.

Fusaggine

Fusaggine - Piante autoctone InOrto

Taxus baccata

Il tasso

“Il tasso ha un passato più violento e bellicoso. Il suo legno, robusto e flessibile, è stato a lungo utilizzato per costruire armi, soprattutto archi e frecce, per questo motivo intorno ai castelli venivano messi a dimora molti tassi. Il Taxus baccata è chiamato anche ‘albero della morte’ per la sua elevata tossicità: gli arilli (i frutti rossi) e le foglie contengono la taxina, un alcaloide in grado di procurare la morte”. Al tempo stesso si auto-riproduce così facilmente per ‘margotta’ da apparire eterno. E’ come se nel tasso convivessero morte e rinascita.

Perché usarlo oggi – Perché il suo fogliame scuro e sempreverde è molto ornamentale e si presta bene alle potature e perfino alle topiature estreme, geometriche o figurative. Si può usare sia come pianta da siepe che come singolo esemplare, cresce lentamente e difficilmente si ammala. E’ una pianta ‘eterna’ che sa adattarsi a tutto.

La quercia

“La quercia (Quercus) in tutte le sue varietà (robur, ilex, petraea,cerris, rubra, suber…) è l’albero che ha dato più di tutti all’uomo fin dalla notte dei tempi, quando le ghiande erano nutrimento anche per l’uomo. L’uomo nomade si spostava e sostava dove c’erano boschi di querce. Le ghiande venivano lasciate nei torrenti almeno una settimana per far perdere loro il tannino e farle diventare commestibili. La farina di ghiande, durante i periodi di carestia, veniva miscelata con quella del grano per aumentare la produzione di pane, mentre con le ghiande tostate si otteneva un surrogato del caffè. I frutti delle querce sono da sempre cibo eccellente per gli animali da allevamento, famoso il detto ‘Se vuoi ingrassare il maiale dagli le ghiande’. Senza il legno di quercia, che si conserva bene al contatto con l’acqua, non ci sarebbero state le flotte romane e in seguito neppure le imposte di molte finestre delle nostre case. Come non ci sarebbe stata la conciatura delle pelli senza il prezioso tannino in esso contenuto. E quel legno, una volta bruciato, si trasforma nel migliore dei carboni. Senza dubbio la quercia ha avuto un valore alimentare, economico e sociale inestimabile”.

Perché usarlo oggi – La quercia  è l’albero che rappresenta la longevità, ce ne sono di millenarie nel mondo. Piantare una quercia è dunque un rito. E’ un regalo che dovremmo fare, almeno una volta nella vita, a noi stessi e alle generazione future.

Quercus pubescens - Piante autoctone InOrto

Il cipresso

“Il cipresso è un albero dal valore simbolico che evoca sacralità. La sua forma  ricorda quella di una fiamma accesa che indica la via del Paradiso e forse per questo è spesso associato ai siti religiosi e monumentali. Ma il cipresso è anche il segno distintivo del paesaggio toscano”. Molti sono gli impieghi del cipresso nella vita rurale. Fin dai tempi di Plinio il Vecchio, veniva usato per separare i filari dei frutteti. I cipressi servivano inoltre per l’uccellagione: tra un esemplare e l’altro venivano stese delle reti fino a formare una ragnatela, detta appunto ‘ragnaia’. “Sia il Cupressus pyramidalische il Cupressus horizontalis vengono ancora oggi usati come piante frangivento nei campi o vicino alle abitazioni”.

Perché usarlo oggi – L’uso del cipresso non necessita di motivazioni, soprattutto in Toscana c’è sempre un buon motivo per piantarne uno. La sua forma scultorea e svettante si è diffusa in tutta l’Europa Mediterranea e i cipressi, come solenni sentinelle, vigilano ovunque sui nostri paesaggi.

Il corbezzolo e il sorbo

“Tra le piante alimentari i più conosciute ci sono senz’altro il sorbo e il corbezzolo, i loro frutti, che si addolciscono con il tempo, sono cibo pronto, prezioso nelle vecchie culture contadine. Il Sorbus domestica, come il Sorbus torminalis, il nostro ‘ciavardello’, garantivano alle famiglie scorte di energia e vitamine per l’intero inverno. Anche  i frutti del corbezzolo erano e sono usati tutt’oggi per la preparazione di dolci e marmellate”. Il corbezzolo è la prima pianta che rinasce forte e robusta dopo gli incendi, per questo simboleggia l’eternità, l’eroismo e la volontà di non piegarsi alle sciagure.

Perché usarli oggi – Sia il sorbo che il corbezzolo sono piante esteticamente bellissime. Il primo capace di incendiare il giardino in autunno, grazie al suo bel fogliame che a seconda dell’acidità presente nel terreno si tinge di giallo, di rosso e talvolta perfino di viola. Il corbezzolo (Arbutus Unedo) è un arbusto sempreverde che in tardo autunno porta contemporaneamente fiori bianchi, dai quali si ricava un ottimo miele, e frutti di colore rosso e arancio, commestibili.

Cipresso Piante autoctone InOrto
Corbezzolo - Piante autoctone InOrto

Altre piante rare e poco utilizzate

Oltre a questa carrellata di piante care alla nostra cultura contadina nel vivaio di Pino a Calenzano, si possono trovare molte altre specie rare, dimenticate e poco utilizzate. Fra tutte il Malus fiorentina, la cui origine risale a migliaia di anni fa, un arbusto che ricorda per metà il ‘civardello’ e per metà il biancospino.

Ma la sua ricerca si è estesa anche alle rose che nascono selvatiche nei nostri campi e nei nostri boschi: la classica e salubre rosa canina, la rosa sempervirens strisciante e sempreverde anche in inverno, le cui bacche sono più belle della stessa fioritura, la rosa pendulina o rosa alpina, che cresce oltre gli 800 m dal caratteristico fiore rosso, e la rosa gallica dal profumo intenso, che cresce spontanea sulle colline toscane. Numerose anche le collezioni di iris toscani, di cisti, di ginestre, di viburni e di ginepri.

Se amiamo i giardini dal sapore ‘selvatico’ e poco ‘addomesticato, se amiamo le piante che crescono libere senza chiedere niente in cambio e se vogliamo che il nostro territorio non perda la sua connotazione naturale, forse vale la pena conoscere Pino Baggiani e le piante che lui recupera e riproduce con cura e dedizione.

Rosa sempervirens

Rosa sempervirens - Piante autctone InOrto
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