Francesca del vivaio L’Elce, come coltivare in biologico il profumo delle aromatiche

Se siete di Firenze Francesca la conoscete anche senza sapere di conoscerla, anche se non avete mai scambiato una parola con lei. Perché se amate le piante sarete passati tra i banchi dei fiori sotto i portici di via Pellicceria un giovedì mattina. O sarete andati a spasso per la Firerucola la terza domenica del mese in piazza Santo Spirito. Oppure avrete frequentato la mostra mercato dei fiori che si tiene ogni anno in primavera e in autunno ai Giardini dell’Orticultura.

Lei è sempre là tra le sue piante profumate e ordinate. Anche se piove o tira vento. Non ricordo una volta che sono andata e non l’ho vista! La sua presenza è una garanzia, così come le sue piante.

Aromatiche, erbacee perenni e piccoli arbusti. E non potete non averla vista almeno una volta, non potete non esservi fermati a scrutare i suoi vasetti e magari li avete pure comprati: tutti abbiamo bisogno di una salvia o di un rosmarino, di un po’ di timo o della mentuccia. E poi, diciamocelo apertamente, non sono molti quelli che coltivano in biologico. E non è un dettaglio da poco se parliamo di piante commestibili.

Il suo banco non fa troppo ‘chiasso’ e lei ancora meno. Francesca Neri, nonostante il nome sia quello di una famosa attrice italiana, non fa niente per farsi notare. Ma le sue piante e il suo lavoro parlano per lei. Sembra incredibile ma da lei trovi sempre quello che cerchi. E se la conosci ci ritorni, perché ricordi che le sue piante hanno fatto una buona riuscita e finisci per diventarne cliente. Pochi fronzoli, ma tanta sostanza.

L’Elce, si chiama così il vivaio che Francesca gestisce a Bagno a Ripoli, tra le colline del Chianti e la Valle dell’Arno. Non è un vivaio da cui si va per una pianta particolare, difficile da trovare. Non ci sono piante per collezionisti. All’Elce si va per la sua affidabilità e qualità. All’Elce ci vanno tutti.

Ma perché hai scelto questo nome?

“Elce è un modo antico per chiamare il leccio. Nella mia terra c’è un esemplare di Quercus Ilex grande e secolare. E’ una pianta longeva, forte e di buon auspicio e ho pensato che il suo nome avrebbe portato fortuna al mio vivaio”.

Considerato che il vivaio ha quasi quarant’anni di vita, è il caso dire che il vecchio elce ha ampiamente svolto la sua funzione di ‘portafortuna’ arboreo. Ma Francesca si è fatta guidare dal luogo anche nella scelta delle piante da coltivare.

Perché proprio le aromatiche?

“E’ stato il luogo a decidere per me. Terra povera e sassosa, dove le aromatiche si trovano a proprio agio. Moltiplico tutto da sola con le piante madri sparse qui nel giardino del vivaio, che godono di ottima salute”.

Ma com’è iniziata questa ‘avventura’?

“All’inizio eravamo io e mio marito, giovani e pieni di energia con l’amore per la campagna. Facevamo i giardinieri e avevamo bisogno di piante più robuste e resistenti che si adattassero facilmente ai giardini dei nostri clienti. Così abbiamo iniziato a produrre da soli alcune piante, prendendo un terreno in affitto. Poi tutto il resto è venuto da solo, con grande fatica e tanto lavoro”.

Adesso Francesca gestisce il vivaio da sola, con il marito e i due figli giardinieri che le danno una mano solo saltuariamente. E nei momenti di maggiore lavoro si aggiunge anche l’aiuto di un ragazzo e una ragazza, sia in vivaio che nella vendita al mercato. “Con la differenza che prima affiancavo alla vendita delle piante altre mille iniziative: dai mazzetti di peperoncini ai sacchetti profumati di lavanda, ma anche composizioni di fiori secchi, mi inventavo dei piccoli stratagemmi creativi per arrotondare. Oggi i figli sono cresciuti e mi accontento di seguire il vivaio con attenzione e curare la vendita nei mercati che ho selezionato negli anni”. Il mercoledì mattina a Bagno a Ripoli, il giovedì mattina in Via Pellicceria a Firenze, la terza domenica del mese alla ‘Fierucola’ in Piazza Santo Spirito sempre a Firenze, e in autunno e primavera alla Mostra Mercato dei Fiori ai Giardini dell’Orticultura.

Da quando vi siete convertiti al biologico?

“Dal 1990 con la certificazione ICEA. Scegliere di coltivare in biologico non significa solo apporre un bollino alle proprie piante, ma è una scelta di vita e di pensiero. Noi non diamo niente di chimico alle nostre piante, né ormoni né fertilizzanti. E questo significa avere sotto controllo l’intero ciclo produttivo. Le nostre piante svernano in serra moltiplicate per seme o per talea e prima di andare in vendita trascorrono un periodo all’aperto per temperarsi e irrobustirsi. E a detta di tutti i clienti non creano problemi e si adattano bene in qualsiasi contesto”.

L’Elce produce oltre 200 varietà tra aromatiche, erbacee perenni e piccoli arbusti tipici della macchia mediterranea, tutto con il solo aiuto di una serra riscaldata di medie dimensioni attrezzata con una zona per il taleaggio, con letti di semina riscaldati e dello spazio per fare svernare le piante più sensibili alle basse temperature come, per esempio, i pelargoni. Tutte le altre piante stanno nelle serre fredde o all’aperto.

Ma com’è organizzato il lavoro in vivaio per riuscire ad avere piante pronte alla vendita tutto l’anno?

“Molte varietà di aromatiche le riproduco ad aprile nella serra per taleaggio, dove un sensore di umidità monitora quando l’ambiente sta diventato troppo asciutto e fa partire la nebulizzazione automatica. Quando la talea ha il giusto grado di umidità radica velocemente e in 2 o 3 settimane sono pronte per il travaso, che faccio a scalare per avere vasetti freschi pronti alla vendita tutto l’anno. Usiamo vasetti 7×7 per piante erbacee di piccole dimensioni, mentre le aromatiche le vendo in vasetti 10×10 e i piccoli arbusti in vasi ancora più grandi, ma tutti quadrati. Il vaso quadrato è un po’ il nostro ‘marchio di fabbrica’ e ci aiuta molto a ottimizzare lo spazio”.

Questo per le talee. E per le semine?

“I semi delle erbacee perenni li produco da sola: li raccolgo e li conservo fino alla semina successiva, come il finocchio selvatico, il mirto comune, la ruta, la violacciocca e i peperoncini. Molte piante se non mi vengono bene per talea, in seconda battuta uso il seme. Poi ci sono piante che produco in grandi quantità, come il prezzemolo, l’aneto e il coriandolo, che per velocizzare la riproduzione compro i semi certificati bio. Non ho tempi di semina precisi, perché grazie all’impiego delle vasche riscaldate semino tutto l’anno. Ma ci sono anche piante che moltiplico per divisione dei cespi, come alcuni anemoni, graminacee o liriope”.

Possiamo sapere che tipo di terriccio usate per avere una rapida radicazione e una veloce ripresa in fase di rinvaso?

“Per le talee uso della fibra di cocco e dell’agriperlite, oppure fibra di cocco e sabbia, mentre per il travaso miscelo del terriccio universale certificato biologico a cui aggiungo della pomice e della cornunghia, un concime organico a lenta cessione consentito in coltivazioni biologiche”.

Quale altro aiuto date alle vostre piante per irrobustirle e rinforzarle, sempre nel rispetto delle stesse e dell’ambiente?

“Quando vedo che alcune piante si intristiscono e perdono tono, somministro del concime liquido mescolato ad acqua, per dare una sferzata di energia. In genere epitelio animale o alga macrocystis”.

Ma la prevenzione è sempre la migliore cura, soprattutto se si coltiva in biologico.

“La nostra filosofia è quella di medicare meno possibile. Preferiamo dare l’olio di neem preventivamente, quando si verificano condizioni ambientali stressanti, in modo che le piante lo assimilano lentamente e diventano fagorepellenti. Quando ci sono infestazioni pesanti mi capita anche di usare anche il piretro, ma ormai sempre più raramente, perché, non essendo selettivo, è dannoso per le api e gli altri insetti utili”.

Ma non può essere sufficiente un antiparassitario naturale per fare del vivaio un ambiente sano e e incontaminato, dove le piante possano crescere senza l’ausilio di diserbanti, di concimi o trattamenti chimici. All’Elce ogni dettaglio e accorgimento risulta essere importante.

“Il vivaio va tenuto pulito, ma non diserbato. Ogni erba ha un suo ruolo e la biodiversità è ricchezza. Anche le siepi di confine sono importanti per creare un micro-ambiente adatto ad accogliere insetti antagonisti e animaletti utili alla terra. All’interno delle serre tendo a mischiare vasi di specie e varietà diverse, proprio per avere un maggiore diversità, che in natura significa meno insetti e agenti patogeni dannosi. Piante e animali, dove è possibile, devono convivere perché possono aiutarsi vicendevolmente”.

Quando si parla di sostenibilità il buon uso che si fa dell’acqua è determinante. Cosa si fa all’Elce per ottimizzare al meglio questa risorsa?

“Siamo fortunati perché disponiamo di una sorgente naturale che alimenta un invaso di nostra creazione. L’acqua che tracima dall’invaso va a sua volta ad alimentare una cisterna. L’acqua che abbiamo è sufficiente al nostro fabbisogno, anche per affrontare le estati caldissime di quest’ultimi anni, soprattutto in virtù del fatto che le nostre piante necessitano di scarse irrigazioni e quindi annaffiamo solo quando è strettamente necessario. Preferiamo usare gli ombrari contro il sole cocente e moderare l’uso dell’acqua”.

Sono tante le regole che Francesca segue per gestire al meglio il vivaio, regole che possono essere replicabili in scala ridotta anche nei giardini più piccoli. Ma prima di lasciarla vorremmo sapere da lei cosa non dovremmo far mai mancare alle aromatiche e cosa invece dovremmo assolutamente evitare.

“Non dobbiamo far mancare una buona potatura e non avere timore di tagliare. E’ un’operazione da compiere agli inizi della primavera o alla fine dell’inverno e alle lavande a fine della fioritura. Una buona ripulitura dal secco e dal vecchio, dà vigore alle piante che altrimenti rischierebbero di andare velocemente a legno, perdendo armonia nella forma. Dobbiamo invece evitare ad ogni costo il ristagno dell’acqua alle radici. Quindi occhio al sottovaso!”

Ultimo consiglio, questa volta non colturale, ma piuttosto aziendale. Cosa direbbe ai giovani che leggendo la sua intervista vorrebbero provare a imitare la sua esperienza?

“Che senza passione non è neppure il caso di iniziare. Perché non sono certo i guadagni che possono spingere a compiere questa scelta. Oggi le regole sono molte e la burocrazia aumenta ogni giorno. Non è facile avere una piccola azienda a conduzione familiare. Meglio coalizzarsi con altre aziende. L’unione fa la forza e se si è più grandi si riesce ad avere i contribuiti a cui i piccoli difficilmente riescono ad accedere. E non scordare che quando si lavora con la terra si hanno delle responsabilità e occorre guardare alla conservazione del territorio”.

Ma una buona formazione ha un senso in questo settore?

“Certamente. Sia per sfruttare al meglio le possibilità della rete, che per studiare approfonditamente le varie tecniche agronomiche. Noi abbiamo fatto tutto da autodidatta, compiendo anche molti errori che abbiamo pagato in termini di denaro e sacrifici”.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

“Amo coltivare la terra e le piante, poi devo vendere e vendo. Ma quella è un’altra cosa…”

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