L’Ortoterapia nelle carceri e nei centri di accoglienza, Stefano ci racconta la sua esperienza

Il contatto con la terra, la frequentazione, la coltivazione, ma anche la stessa osservazione, aiuta a migliorare le condizioni sociali, educative e psicologiche dell’uomo, apportando benefici al corpo, allo spirito e alla mente. Questo processo terapeutico oggi viene spesso classificato sotto il nome di Ortoterapia. Ma può trovare anche altre definizioni a seconda di come viene praticata nello specifico.

Stefano Pissi, che voi tutti conoscerete se frequentate le pagine di InOrto, perché è l’agronomo che dispensa consigli sul nostro blog, ha messo a punto un progetto di ’Terrapia’, che aiuta a ristabilire l’equilibrio psicofisico delle persone.

Per la Terrapia è fondamentale l’impegno e la responsabilità. “E’ la capacità – ci spiega Stefano – di imparare a dedicarsi al raggiungimento degli obiettivi preposti, senza avere la certezza se riusciremo a raggiungerli, ma con la consapevolezza di dare il meglio di sé”. Questo succede sempre quando coltiviamo la terra perché, continua Stefano: “Ci assumiamo la responsabilità di fare nascere, crescere e fruttificare delle piante e rinnoviamo il nostro impegno quotidianamente, senza sapere se l’esito finale sarà quello immaginato. L’unica certezza è la nostra volontà, che dovrà imparare a farsi guidare dalla natura. Impariamo da quello che facciamo, sviluppando l’attenzione e l’osservazione verso i segnali che la terra ci invia”.

Su questi presupposti Stefano, chiamato dal consorzio Co&So per la formazione, ha da poco portato a termine due percorsi lavorativi, il primo all’interno della casa circondariale La Dogaia di Prato, nella sezione collaboratori di giustizia, e l’altro con i richiedenti asilo in attesa di permesso di soggiorno, accolti nel Convento Luisa De Marillac a Firenze.

“’Progetto FOR’ si è svolto in carcere e si basava sulla coltivazione dei peperoncini in varietà. Un solo ortaggio e di piccole dimensioni, per valorizzare al massimo lo spazio minimo che avevamo a disposizione: 150 mq di terra di riporto, con mura alte a ridosso, di cui purtroppo non ho potuto fare foto per motivi di sicurezza. L’obiettivo era coltivare peperoncini piccanti e dolci, per produrre sia i macinati da usare sulle pietanze, che il seme da conservare per la semina dell’anno successivo”. Si è trattato di un vero progetto educativo, al termine del quale i partecipanti hanno dovuto sostenere un piccolo esame di valutazione sulle competenze acquisite e realizzare una mini-tesi sull’ortaggio o sulla pianta preferita, legandola alla propria storia personale”.

‘Labor work’, era invece dedicato ai migranti, aveva come oggetto il restauro e la manutenzione dell’orto-giardino del convento e quindi la potatura delle piante, la lavorazione della terra, la semina di ortaggi e la piantumazione di nuove aromatiche. “In pratica abbiamo fatto la conoscenza di tutte le piante incontrate, seminate o trapiantate, e imparato le tecniche di coltivazione necessarie. Allo stesso tempo i ragazzi hanno appreso una nuova terminologia, per loro quasi del tutto sconosciuta. L’alfabetizzazione era infatti uno degli obiettivi del corso. Durante la festa conclusiva è stata poi consegnata una mini-guida teorico-pratica del lavoro svolto, con le foto e l’elenco delle parole appena imparate ”.

Due progetti diversi che hanno cercato di assicurare il coinvolgimento dei soggetti coinvolti, per evitare di buttare via tempo, denaro e energia. Per questo, vorremmo sapere da Stefano, se ci sono degli step specifici da seguire affinché questi percorsi abbiano esito positivo e possano davvero ‘seminare’ qualcosa.

“Quello che compiamo è un processo cognitivo, che va dalla conoscenza personale a quella colturale. Il primo incontro è infatti destinato alla conoscenza reciproca delle persone coinvolte. Dove tutti, insegnanti compresi, parlano della propria vita e delle proprie passioni. Questo serve a capire quali sono in i desideri ‘verdi’ di ciascuno e a delineare fin da subito un lavoro condiviso. Successivamente mi piace fare una presentazione semplice ed elementare del regno vegetale, dell’importanza che ha sulla nostra vita e su quella del nostro pianeta. Cerco di spiegare il funzionamento vitale di una pianta, per provare poi, una volta che saremo nell’orto, a collegare teoria e pratica”.

Il resto delle lezioni si svolgeranno all’aperto, dove Stefano mostra e spiega in prima persona ogni lavoro da svolgere e chiede poi ai partecipanti di ripeterlo, per avere la certezza dell’apprendimento. “In questo modo enfatizzo e focalizzo ogni azione, anche la più banale, sia essa la semina, la potatura, la raccolta, la concimazione, per creare attenzione e interesse costante. Mi piace dedicare anche alcuni momenti del corso alla ‘cultura della coltivazione della terra’, così nelle giornate di tempo avverso, leggiamo qualche libro a tema o proiettiamo dei docufilm sull’agricoltura biologica o sull’apicoltura. La cultura aiuta a dare maggiore ‘dignità’ al lavoro nei campi, certamente bello, ma molto faticoso e, forse per questo, spesso sottovalutato”.

Allora salutiamo Stefano e lo ringraziamo per il lavoro svolto dentro e fuori da InOrto 😀

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