Marina Clauser, l’importanza di coltivare la biodiversità nell’orto

Orto botanicoDi questi tempi si fa un gran parlare di biodiversità. E’ una parola sempre più usata in rete, ma anche in tv e a questa parola vengono dedicati interi libri e articoli di giornali.  Di fatto è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario quotidiano.

La sua definizione sul dizionario web è questa: 

Biodiversità

 1. Differenziazione biologica tra gli individui di una stessa specie, in relazione alle condizioni ambientali.

2. La coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali che crea un equilibrio grazie alle loro reciproche relazioni.

Ma perché è così importante? E perché anche al più piccolo orticoltore dovrebbe essere cara la biodiversità e dovrebbe coltivare diverse specie di patate, di pomodori, di fagioli e così via. Perché è importante preservare le antiche varietà e cercare di salvaguardarne i semi, invece di accontentarsi di una semplice bustina di semi ibridi acquistata nel primo negozio?

cesto frutta 2

 

L’abbiamo chiesto a Marina Clauser, curatrice dell’Orto botanico dell’Università di Firenze, che come tutti gli Orti botanici, è uno luoghi deputati per antonomasia alla custodia della biodiversità planetaria.

“Semplice – risponde candidamente Marina Clauser  – Perché la biodiversità ci rende più forti”. E a questo proposito cita come esempio la grande carestia irlandese che negli anni 1847-48, causò la morte di oltre un milione di persone a causa della fame e delle epidemie legate al malnutrizione. E’ vero che a quel tempo in Irlanda le condizioni socio-economiche erano precarie per non dire miserabili, ma tutto ebbe inizio con la rapida diffusione di una malattia fungina che fece marcire tutti i raccolti di patate, all’epoca la più grande fonte di sostentamento del popolo irlandese. “Le patate coltivate in Irlanda a quel tempo comprendevano poche varietà e tutte suscettibili al fungo. Avere a disposizione una maggiore diversità – più varietà e quindi più possibilità di coltivare patate resistenti alla malattia – avrebbe ridotto sicuramente i danni”.

Frutteto Orto botanico“Altrettanto importante è la conservazione delle ‘crop wilde relatives’, ovvero gli antichi progenitori selvatici delle piante che sono state domestica nel corso di millenni – continua Clauser – Qui nell’orto abbiamo il pero selvatico e una varietà da esso derivata, come la Decana, la stessa cosa abbiamo fatto per il melo, per il nespolo, per l’uva, ma anche per alcuni ortaggi. Per esempio per il cavolo abbiamo in coltivazione quello che potremmo definire il capostipite che vive sulle coste scoscese al Nord della Francia, dove i cavoli crescono su pareti verticali esposti al salmastro. L’uomo partendo da quelle varietà ha creato una moltitudine incredibile di altre, magari più morbide, più dolci o semplicemente più adatte ad altri climi e latitudini, ma spesso più fragili”.

Quindi quando noi coltiviamo varietà antiche di ortaggi e frutta o specie selvatiche di arance, fichi e meli, siamo custodi importanti del nostro passato, ma allo stesso tempo salvaguardiamo il nostro futuro. “Queste piante sono un patrimonio genetico importante e hanno un valore incredibile – riprende la nostra interlocutrice – soprattutto oggi, che siamo testimoni di un cambiamento climatico importante, che potrebbe in futuro mettere a rischio e a dura prova la resistenza e la vita di molte varietà vegetali attuali, coltivarne in gran numero e possederne i progenitori può essere utile per ottenere varietà più adattabili a condizioni climatiche e ambientali”.Spontanee

Anche conoscere e coltivare le varietà locali, caratteristiche di un determinato territorio (come il radicchio di Chioggia, il peperone di Carmagnola, il carciofo di Sant’Erasmo, ma ce ne sono tante anche meno famose e in Italia ne abbiamo un’infinità) aiuta la biodiversità . “Le varietà locali si adattano meglio al clima e al suolo di un determinato territorio, per questo sono più resistenti alla malattie e meno bisognose di cure e pesticidi. E’ molto importante conoscerle e mangiarle, ma per fare questo occorre educare le persone a un consumo diverso, più consapevole. Non è un caso che qui all’Orto botanico abbiamo dedicato un’area alle piante alimentari per mostrare la biodiversità di ortaggi, frutti e piante aromatiche”.

Tutti possono venire all’Orto ad apprendere, ma ci auguriamo che lo facciano soprattutto i bambini perché l’educazione passa anche nel sapere che il prezzemolo esiste sia con le foglie ricce che lisce e che i pomodori hanno mille forme e colori. Solo così si formeranno adulti curiosi e attenti alla propria alimentazione, che forse domani potranno tornare all’Orto botanico per imparare a riconoscere anche le erbe selvatiche commestibili, che tutti potrebbero raccogliere ovunque nei campi, se questi fossero coltivati nel rispetto della natura. “Qui a Firenze si coltivano circa 150 spontanee edibili” conclude Marina Clauser. Che dite torniamo a scoprirle la prossima volta?

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